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STORIE DI DONNE
Un nuovo CD dei TUSCAE GENTES, il quarto di una serie monografica.
Infatti dopo Quando il merlo canta (2002) sui canti delle migrazioni stagionali, Viva Faliero! (2004) su storie e suoni tra Val di Bisenzio e Toscana, ed il CD allegato alla riedizione del volume Scioglilingua, Indovinelli-Passerotti, Giuochi fanciulleschi, Canzonette, Filastrocche e Storielle popolari (2006) dedicato ai bambini, ecco un nuovo tema quanto mai importante: le donne.

TUSCAE GENTES

STORIE DI DONNE
nei canti della tradizione popolare toscana

1. La pesca dell’anello/C’erano tre sorelle Trad. 4.07
1b Sopra alle onde D. Poli 1.03
2. Il cacciatore va a caccia Trad. 3.35
3. Canta e canta Lisetta Trad. 4.20
4. La montagnola e il pescatore Trad/Magazzini 4.30
5. O Pinotta/E picchia picchia la porticella Trad 6.20
6. La Lea Trad. 4.10
7. Povera sconsolata Trad. 2.30
8. Non vi maravigliate o giovinetti Trad/B. Bugelli 2.10
9. Ninna nanna la malcontenta Trad. 2,38
10. Le fabbrichine Trad. 2,38
11. Fa’ la nanna occhioni neri D. Poli 3.28
12. La prima volta c’hio mi confessai Trad. 2.07
13. Io ti vorrei veder Trad. 3.37
14. Cinquecento catenelle d’oro Trad./C. Bueno 1.26
14b Nodino d’amore D. Poli 1.39

Durata totale 50.18

Ascolta nel juke box

Il repertorio dei canti di tradizione popolare conosciuti in Toscana è pieno di brani che hanno per soggetto il cosiddetto “gentil sesso”. Rime di pastore potesse, canti d’amore, di sfogo, ninne nanne, lamenti di malmaritate, storie di ragazzine innamorate di sedicenti e seducenti cacciatori, pescatori, capitani, che talvolta presentano risvolti tragici o comici o entrambi, a seconda dei casi.
Quello che emerge è uno spaccato della figura femminile di un mondo contadino che non c’è più, e che andandosene ha portato via con sé anche alcuni aspetti sicuramente negativi della condizione della donna.
Nasce da qui e dalla consueta ricerca “sul campo” di Daniele Poli, anima del gruppo toscano, l’idea di questo lavoro, realizzato con il contributo dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Prato.
La realizzazione di questo disco ha coinvolto un gran numero di persone tra anziani informatori, ricercatori, musicisti professionisti e non. Nel brano de “Le fabbrichine” si è scomodata addirittura la Filarmonica G. Verdi di Luicciana. Fra gli altri titoli presenti: 500 catenelle d’oro portata al grande pubblico dalla indimenticata Caterina Bueno, La montagnola, La pesca dell’anello, Canta Lisetta, Ninna nanna la malcontenta, La Lea, Il cacciatore va a caccia. Canti per la maggior parte conosciuti da anziani, ma che sono assai apprezzati anche dai giovani, come dimostra il crescente interesse per la musica popolare, in particolare se rieseguita con uno stile un po’ accattivante.
Particolare cura è rivolta agli arrangiamenti e al “suono” attuale ma popolare, elegante ed ironico allo stesso tempo, dei TUSCAE GENTES, che ormai conosce bene chi segue la formazione sui CD o dal vivo.
Così possiamo ascoltare chitarre, mandolini, fisarmoniche, violini, contrabbassi, clarinetti, ocarine, pifferi, uniti a percussioni come cajon e cucchiai, e che fanno da contorno alle voci del solito Poli e di una Anna Granata in splendida forma, a suo agio come non mai nel narrare contando queste storie di donne.

La confezione comprende un elegante digipack cartonato a tre ante, con libretto di 36 pagine, con testi, commenti e foto d’epoca d’archivio.

Info, video ed anteprime su www.tuscaegentes.it

In vendita da dicembre nei negozi Coop Bisenzio-Ombrone

...Quindi, non vi maravigliate, o giovinetti, se troviamo qui struggenti e talora impossibili storie d’amore, tra pescatori e montagnole, o cacciatori e pastorelle, lavandaie e cavalieri, talvolta intrise di violenza o morti cruente, altre volte canti sulla supposta leggerezza di alcune giovani Pinotte, o della frivolezza delle Fabbrichine, dolci rispetti amorosi, invettive di malmaritate, sconsolate e mal contente, ninne nanne antiche e moderne, dolci e crude, sempre a metà tra dolce richiamo al riposo e sfogo di madre.
Il canto della nostra donna, finalmente libero, esce persino dalla segretezza del confessionale, dal convento, sfidando tutte le avversità non ultima la prigione, pur di rivelare al mondo la vera natura della nostra donna toscana, caparbia, tenace, che nonostante tutto è capace oggi, come un tempo di spezzare tutte le catene che la tengono costretta.
Tutte, eccetto quelle Cinquecento Catenelle d’oro dell’amore, le quali da sempre tengono stretti due cuori che, nonostante tutto, anche tra mille battibecchi e accidenti, (Io ti voglio veder…) non riescono, non possono stare lontani…brem brem brem non posso stare lontan da te…

D.P.


Il nuovo e benvenuto appuntamento natalizio di Daniele Poli e i musicisti di Tuscae Gentes , comprende quest’anno una raccolta di canti popolari toscani di genere. Protagoniste le donne dunque e la loro faticosa, incerta, sottomessa esistenza.
Si tratta del quarto CD di una serie monografica: Quando il merlo canta (2002), canti delle migrazioni stagionali; Viva Faliero! (2004), storie e suoni tra Val di Bisenzio e Toscana; il CD allegato alla riedizione del volume Scioglilingua, Indovinelli-Passerotti, Giuochi fanciulleschi, Canzonette, Filastrocche e Storielle popolari (2006), dedicato ai bambini.
Il repertorio dei canti di tradizione popolare è infatti ricco di brani che hanno come soggetto le donne. La scelta operata da Daniele Poli risulta varia e meditata, così da sottolineare un atteggiamento dissacrante e scanzonato della cultura popolare, tanto restia alle romanticherie quanto rude e penetrante nella sostanza ( penso alla suggestione delle centomila catenelle che legano indissolubilmente amore e morte … ).
Come la fiaba si sviluppa su moduli dati richiamando modi arcaici del comportamento comunitario
(l’iniziazione dei giovani, per esempio), così la canzone popolare nel suo aspetto narrativo ed antropologico esprime la sensibilità, le credenze e le leggi della comunità (contadina perlopiù) da cui nasce. Leggi molto severe soprattutto per quanto riguarda le donne, se arrivano a rischiare persino la vita con le loro trasgressioni ( Lea, La pesca dell’anello/ C’erano tre sorelle).
Le canzoni testimoniano in definitiva tutto un sistema di valori a cui i membri della comunità devono attenersi. Questi valori, che si esprimono attraverso codici verbali e di comportamento precisi, riflettono naturalmente i diversi aspetti della cultura maschile e femminile. Per la sua parte, nella cultura maschile, si evidenziano i divieti e le ingiunzioni ( di mariti e padri anche violenti: Povera sconsolata, Lea, Le tre sorelle, ecc), ma soprattutto salta agli occhi la pratica della seduzione. Ineluttabilmente, gli uomini seducono. Tipico della cultura femminile è invece il sentimento amoroso, che prevale su ogni altro aspetto. Certo gli studiosi ci saprebbero descrivere molto bene il carattere delle proibizioni o le difese della comunità dalle influenze esterne ( i marinai, cacciatori e soldati che seducono le ragazze: O montagnola che stai sullo scoglio, Canta e canta Lisetta, Il cacciatore va a caccia …), ma altrettanto chiaramente metterebbero in luce quanto il bisogno di superare la proibizione sia vitale per la sopravvivenza della comunità.
“Tipico della cultura femminile risulta il predominio del sentimento amoroso che – ove necessario – fa superare anche i divieti comunitari … Il superamento dei divieti, che deve però avvenire secondo dei codici accettati dalla comunità stessa, consente … di trovare quei canali di comunicazione che permettono ai giovani di amoreggiare … ” Alessandro Fornari Morfologia del canto popolare … Firenze, aprile 1981).
La bellezza di questi canti, a parer mio, sta precisamente in questo intimo legame tra divieto e trasgressione. Da questa apparente contraddizione , che è in fondo saggezza, si libera la canzonatura: le azioni improbabili e spropositate ( gli schiaffi di un padre che uccidono), le fabbrichine che si fanno belle ma non si sposano, la sagacia della giovane ( E te lo cedo un fiore delicato/ quando l’anello me l’hai messo al dito/ osservala mio caro la carne mia com’è/ son nata campagnola ma grinze non ce n’è …), e cosi via.

Perché trattenere queste forme morenti della cultura popolare?
Forse sono ancora dentro di noi … Nella corte veneta della mia infanzia, ho avuto la fortuna di partecipare al rituale della questua per il Capodanno, che si era forse conservato più a lungo che altrove. Gli adulti ce lo hanno insegnato appena siamo stati in grado di andare in gruppo da soli. Questo ricordo, così come altri che serbano memorie di vita contadina, stempera in fondo un senso di perdita. Un sentimento di lutto che sempre si accompagna alla consapevolezza della cesura profonda avvenuta proprio in quegli anni, gli anni sessanta del novecento, da quel mondo legato alla natura.
Perché riscoprire queste vecchie tradizioni ? Hanno ancora una qualche utilità?
Una maestra che conosco, l’Angiolina Olivi di Firenze, originaria di Santa Fiora nel grossetano, insegna sempre ai suoi alunni i canti popolari che lei stessa conosce, e non sono pochi. Il piacere evidente che i bambini provano nell’impararli e nel cantarli – canti spesso conosciuti dai parenti e che diventano talvolta intrattenimento e lessico famigliari – testimonia dell’importanza di conoscerli. Questo cantare insieme, fuori dalle mode e dalle imposizioni pubblicitarie, è un fatto così piacevolmente lieve e gratuito da diventare autenticamente educativo.
Anna Marcolinhttp://www.tuscaegentes.it/modules/CD_Donne/
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